Il Blog del Della (2005 – 2010)

Libertà di espressione e collaborazione, dall'Open Source al Social Networking. Pensieri e informazione da Daniele Dellafiore.

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Tempismo e capacità di analisi

Un paio di giorni fa un amico mi ha segnalato un articolo su repubblica online (dio ci salvi) in cui un appassionato Ernesto Assante chiedeva alle case discografiche di riproporre il vinile come gesto simbolico per restituire dignità alla musica, agli artisti e all’industria tutta, oramai orientata verso masse di ascoltatori di iPod senza dio e artisti-gadget, controllata da discografici senza anima votati solo al profitto.

Che dire… La mia prima reazione dopo averlo letto è stata: “Buongiorno!”. Ernesto dipinge qui uno scenario che un appassionato di musica aggiornato e vigile avrebbe potuto delineare almeno cinque anni fa. A onore del vero, lo scenario viene così dipinto ciclicamente da ogni non più troppo giovane ma non ancora troppo vecchio appassionato di qualsiasi cosa , perchè “ah, i bei vecchi tempi” è un genere di stronzata che va sempre di moda.

“Da quando la musica è diventata digitale non siete più voi gli unici a poter fabbricare dischi. Con i nostri computer e i masterizzatori siamo in grado di copiare la musica su cd fatti in casa”

Osservazione corretta, peccato che non siamo all’inizio del decennio bensì decisamente verso la fine. Questa cosa è assodata e data per scontata ed è uno dei motivi per cui non è più tollerabile la situazione simile e non starò a ripetere i motivi che vanno al di là della semplice possibilità di riprodurre la copia. Oggi oltre tutto siamo ben oltre: possiamo scoprire nuovi autori con una semplicità sconosciuta a chiunque anche solo 5 anni fa. Possiamo fare molti dei lavori dei “discografici”.

Tutto sommato il grido di sofferenza rispetto alla situazione si può anche condividere, molto meno l’impostazione dell’articolo. Fino all’ultimo paragrafo sembra di leggere lo sfogo di qualcuno rimasto ancorato agli anni 90 e il punto del problema pare essere la vittoria della musica digitale, rappresentata qui dal malefido iPod. Non dimentichiamoci il passato, la cosa è già successa un sacco di volte, dai 78 ai 33 alle musicassette, cd, formati compressi di vario genere. E’ un mondo che va così, pare. La situazione che descrivi in cui diversi supporti sono adatti a diversi generi di persone… è la realtà attuale, sta già succedendo, non c’è alcun bisogno di chiederlo!

“Certo, magari guadagnerete meno, magari i clamorosi fatturati che l’industria discografica ha fatto da quando è arrivato il compact disc non li vedrete più, ma di sicuro non perderete l’anima e il lavoro. Il lavoro lo state già perdendo, l’anima la state per perdere, trasformandovi in venditori di magliette, poster, gadget, venditori di diritti televisivi e radiofonici, produttori di concerti e di dvd, di certo non più ‘discografici'”

Ecco che poi alla fine compare questo passaggio, in cui si sfiora appena il nocciolo, si da una nuova apertura all’articolo per poi ricadere ancora una volta nel problema del supporto, della sua dignità legata alla completezza dell’opera e quant’altro. Non che non sia d’accordo anzi, condivido appieno. E’ che mi sembra proprio un futile argomento a confronto, un piccolo sassolino nel fiume quando quanto è sfiorato in quel passaggio è il problema reale.

Non è che non sono più “discografici” perchè non fanno più il vinile! Quella parola ha perso il suo significato originari, dimentichiamocela. Mi rendo conto che quella di Ernesto è solo una proposta, un tentativo piccolo per ridare un senso alla baracca ma il problema è troppo più grande di così e non sarà *mai* un’iniziativa che parte dall’alto a cambiare le cose. I Radiohead, credo te ne sarai accorto, hanno già fatto una cosa simile: disco da scaricare e versione cd in un box super deluxe. Ok, non c’è il vinile, ma il concetto è il medesimo.

La mia convinzione è che se si vuole pensare di di far cambiare la situazione ci si deve appellare agli autori. Loro, per primi, possono muovere le cose. I giovani, guidati da qualche già affermato a segnare la strada. Sta già succedendo, in parte. Aiutiamo quel movimento, non pensiamo che non sia fattibile. Ignoriamo le morenti case discografiche.

Se quell’articolo avesse avuto un’impostazione diversa lo avrei apprezzato e invece non riesci ad andare oltre al problema a vedere, o a dire, quello che sta realmente dietro. Il risultato è un articolo buono solo per chi quel giorno era abbastana malinconico da dire “sì, hai ragione, quando c’era il vinile eravamo tutti più buoni e andava tutto meglio”.

E poi Babbo Natale portava LP dei Led Zeppelin a tutti e Britney Spears non esisteva.

Grande. Anzi, ROCKTFL.

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decadenza 2.0 nel pigro pomeriggio di martedi 18 dicembre

Il 2007 è stato l’anno del Social Networking [inizio retorico e senza significato]. Questo naturalmente per la maggior parte della gente, [procedo tirandomela facendo però finta di mostrare tolleranza per i non-geek] quella che non vive di pane e pc, [espressione da rivista videogiochi nel 1995] in quanto i germi dell’attuale epidemia di socialità sul web [risata a denti stretti di chi la sa lunga] si sono iniziati a vedere quando un paio di anni fa si iniziava a parlare di tagging, folksonomy [termine sconosciuto con link interno per mostrare che già ne sapevo un sacco tempo fa] e appunto social networking.

Tutto ciò che le persone conoscono in realtà, almeno nell’Italia che conosco io, sono MySpace [conato di vomito del pubblico] e Facebook [Italia 1!!!].

Ok, ho in cantiere un paio di articoli più interessanti. In uno vorrei consolidare l’uso di un termine nuovo in relazione a una determinata categoria di persone. Poi è un mese almeno che voglio scrivere di Facebook, ancora un po’ che aspetto passerà di moda e tutti saranno arrivati prima di me.

Quindi per cosa scrivo a fare oggi? Ho passato la giornata a gestire il ritiro, trasporto e montaggio del mio letto, quindi non ho lavorato affatto e mi sono limitato a leggere i giornali. Al di là delle novità tecniche di cui non frega a nessuno,ho trovato due servizi che magari a una o due persone farà piacere conoscere.

Il primo si chiama Speedtrap ed è un sito in cui gli utenti segnano sulle mappe di Google Maps i punti in cui ci sono telecamere o altre trappole piazzate per fregare proteggere i cittadini.

Il secondo è un ennesimo social network web 2.0 user generated content rating system friend service. Sui film. Ok, c’è flixster che nessuno sapeva cosa fosse prima che facessero l’applicazione Facebook, che in una scala da uno a 10 valuterei 5–. Questo Filmcrave sostanzialmente farà la solita roba, speriamo in una maniera miglilore. No, non l’ho nemmeno provato, ma chi ha voglia? E’ tra i tre finalisti di una categoria degli award 2007 su Mashable, tanto male non sarà. Tanto Filmcrave non ha l’applicazione Facebook, quindi anche se ci andassi ci sarei io solo, senza amici. Che poi di fatto diciamocelo: Flixster lo uso solo per segnarmi i film che voglio vedere…

Insomma, due siti sostanzialmente inutili ma mi sentivo un po’ così, avevo voglia di riempire uno spazio vuoto in questo anonimo martedi 18 dicembre, quando gli omicidi folli in Italia sono finiti con il giorno dell’Immacolata e resta solo qualche meningite a seminare panico in attesa della Pausa dal Male pronta per la settimana di Natale.

Se proprio non sapete che fare da qui all’ora dell’aperitivo, riporterò la conversazione più interessante della giornata avvenuto tra me e Lorenzo (che mi  ha aiutato con il letto, grazie!). Riguardava l’ultimo film di Rodriguez, Planet Terror, che abbiamo entrambi visto da relativamente poco. Ne parlavamo a pranzo e ci ricordavamo una marea di dettagli. Intendiamoci, per apprezzare un film del genere devi essere solleticato nell’intimo dal tipo di umorismo che Rodriguez e il suo compare Quentin mettono nei film. Io sono uno di quelli, dopo tutto non è colpa mia se avevo diciassette anni quando è uscito Pulp Fiction. Bè in questi film ti ricordi un sacco di cose! Se esci dopo aver visto un colossal qualsiasi, tipo un film di spionaggio o un thriller tipo Bourne qualchecosa o The Departed o che ne so, sei confuso dalla trama esci che non hai capito nulla o se hai capito ti ricordi poco, al limite i dettagli dell’intreccio in maniera confusa e poco altro. Stessa cosa in un film anche bello tipo The Prestige per dire, anche se già lì ci sono un po’ di dettagli belli che rimangono davvero.

Quando esci dopo aver visto un film di questi qua invece ti ricordi moltissimo, un sacco di dettagli dei più assurdi, tipo gli animali che aveva il bambinello nella gabbia quando scappa di casa con la mamma, o le chicche tipo gli storici attori che compaiono in tutti i loro film. Poi ti trovi a ragionare su dettagli interessanti tipo: “ma da quanto tempo si erano lasciati loro due? Lei aveva ancora su il suo giubbotto?!?” e cose simili.

Su una cosa non eravamo d’accordo: per me il bambino è stato reso insopportabile apposta e la scena degli animaletti assumeva un senso in quest’ottica e nessun’altra: bimbo insopportabile si spara in faccia come un idiota, pubblico felice. Così si fa.

Quello che serve è del talento

E spirito di iniziativa. In questo blog uno dei miei temi favoriti è sicuramente quello legato al copyright, all’inadeguatezza dell’attuale industria musicale. Il discorso può in realtà applicarsi a tanti altri settori e in realtà questo mio interessa affonda le sue radici nella mia passione per la musica e nella mia “devozione” alla causa Open Source, i cui principi sono impregnati degli stessi valori che mi spingono a criticare così ferocemente tutto quanto è restrittivo nei confronti della diffuzione di conoscenza.

 

Mi trovo spesso a dibattere di questi temi, tentare convincere persone, giovani artisti e ogni tanto anche qualcuno affermato che questa è una strada importante da intraprendere. Tento di influenzare chi mi sta attorno perchè credo in questi principi e che sia importante che gli artisti per primi si liberino della schiavitù delle case discografiche. Per farlo serve prima liberarsi della convinzione che sia l’unica strada possibile. Il problema è che per emergere ad “alti livelli” , vale a dire per apparire sui grandi canali televisivi di informazione, servono spinte che solo quelle grosse case possono offrire. Spero sempre che la volontà di un artista non sia quella di apparire su MTV o peggio ancora su una qualche Italia 1 di questo pianeta.

Non si può certo però negare che parte dell’essere artista, nella grande maggioranza dei casi, è avere il desiderio che tante persone fruiscano del suo lavoro. Dopo tutto io sviluppo software e una delle più grandi ambizione mie e di tanti altri è che il proprio software venga usato da tantissime persone. Per farlo cosa dovrei fare, andare a lavorare alla Microsoft? Da Google? Forse… forse è l’unica possibilità. Però…

In 1989, at the age of eighteen, DiFranco started her own record company, Righteous Babe Records, with just $50. Ani DiFranco was issued on the label in the winter of 1990. Later on she relocated to New York City, where she took poetry classes at the New School and toured vigorously”

Serve talento. E spirito di iniziativa. Il resto segue.

 

 

Musica sul web: da Pandora a Last.fm a Jango

Anni fa spuntò Pandora, una Web radio nuova rispetto a quanto esisteva allora, capace di selezionare brani simili per sonorità a un artista o a un singolo brano proposto dall’utente. Frutto di un ambizioso progetto, il Genome Project, fu una vera pietra miliare. Pandora ora funziona solo sul territorio statunitense.

Poco tempo dopo arrivò Last.fm. Mentre l’idea alla base di Pandora è affascinante, quella alla base di Last.fm è semplice e geniale.  Ci siamo trovati davanti al primo esempio di Social Networking applicato alla musica: si usano gli ascolti delle persone per stabilire quale prossimità di sia tra artisti e canzoni. Negli anni Last.fm è cresciuta aggiungendo tra le altre la fantastica possibilità di segnalare eventi musicali, diventando punto di riferimento anche per scoprire concerti nella propria zona oltre che per scoprire nuovi artisti.

Qualche giorno fa ho iniziato a usare Jango che ha aperto i battenti, seppure ancora in beta privata, da poche settimane.  Jango convince subito, e i fattori chiave sono due: è tecnologicamente più moderno di Last.fm e la selezione musicale è migliore.

Tutto sommato la capacità di suonare “musica simile” è oramai data per assodata e anche quella di variare tra artisti simili più o meno noti al grande pubblico. In un modo o nell’altro però capita che su Jango come mai su Last.fm senta pezzi che mi piacciono parecchio, noti o meno che siano. Tecnologicamente parlando, la cosa fantastica è che la radio di Jango suona fino a che sei su jango e non si interrompe se si naviga all’interno del sito, cosa effettivamente frustrante che accade su Last.fm.

Ciò detto, Jango è la versione europea di Pandora, non certo un rivale a tutto tondo per Last.fm, proponendosi come internet radio con funzionalità di condivisione tra amici piuttosto che un vero Social Network tematico sulla musica. Last.fm raccoglie informazioni mentre ascoltiamo la musica che possediamo, non solo quando ascoltiamo le sue radio, questa è la grossa differenza.

Cosa offre Last.fm più di Jango ora come ora? La possibilità di segnalare e cercare eventi per zona geografica e i video. Inoltre Last.fm si interfaccia con i nostri ascolti privati, non è solo una radio, anzi, la radio è solo un piccolo aspetto. Nonostante questo non è affatto detto che con alcuni accorgimenti Jango diventi più un riferimento di Last.fm, anche solo per la sua maggiore comodità di utilizzo e semplicità di approccio.

Esistono molti altri servizi musicali sul web ma questi due attualmente sono quelli più completi e moderni. Altri servizi come Imeem e iLike mi sembrano più delle vetrine, per quanto offrano una qualche possibilità di interazione tra gli utenti, questa è dietro le quinte, non riesco a non sentire la puzza di finto. Sarà per le immagini di qualche artista sponsorizzato, più o meno in voga, che si trova in prima pagina? No no cari, quella è la porta di servizio e io l’ho chiusa a doppia mandata. Restate pure fuori.

Spero di aver dato un panorama base sufficiente anche a chi non sapeva nemmeno dell’esistenza di servizi come questi. Nei prossimi giorni parlerò di un altro paio di novità, ancora più fresche di Jango!

SocialAds e Android. Saranno finite le cannonate?

Un anno fa un folto gruppo di società operanti nel settore lanciava OpenSocial, un modo per rendere facilmente comunicanti i diversi servizi di Social Networking e in generale le applicazioni Web. Un momento, non era un anno fa, era solo 8 giorni fa! Eppure nel frattempo è successa talmente tanta roba…

Nemmeno ero riuscito a fine ottobre a parlare dell’inizio della marcia indietro di Apple rispetto alla chiusura totale nei confronti di chiunque volesse produrre applicazioni per iPhone al di fuori dal suo controllo, ed ecco che arriva Google e in meno di una settimana scatena la guerra contro la chiusura. Così come OpenSocial si propone come standard aperto e non properietario per servizi Web, ecco che Android, nome piattaforma di sviluppo della Open Handset Alliance capeggiata da Big G, si propone di fare una cosa molto simile nel campo dei mobile device.

Nessun gPhone come si rumoreggiava nei mesi passati, bensì qualcosa di molto più pericoloso: un modo per far creare applicazioni che funzionino su tutti gli apparecchi di chi aderisce allo standard, attualmente oltre 30 produttori tra cui ChinaMobile, Telefonica, Telecom Italia, Motorola, Samsung, Intel e Google stessa.

Ed ecco che dopo OpenSocial = alleanza anti Facebook arriva Open Handset Alliance = alleanza (quasi) anti iPhone

Nel frattempo Facebook prosegue per la sua strada. Dopo aver in meno di dieci mesi sbaragliato qualsiasi avversario nel campo del Social Networking, tanto da aver indotto persino MySpace ad unirsi a OpenSocial e Google a preoccuparsi a tal punto da costituirsi parte civile a favore di formati di comunicazione aperti, prepara il colpo più micidiale ovvero la rete di Advertising.

SocialAds, annunciata oggi, è il modo in cui Facebook crede di rilanciare e reinventare, ancora, il modo in cui i consumatori entrano in contatto con i prodotti che interessano. Viviamo ancora in un momento in cui, per lo meno in Italia, la maggior parte della gente nemmeno sa cosa sia Google Ads eppure qui stiamo andando al passo successivo. Laddove Google ha personalizzato “l’esperienza pubblicitaria” in relazione a dove ci troviamo nello “spazio” del Web, e a cosa stiamo vedendo in un dato momento, ecco che con il Social Networking questo concetto è esteso a dove ci troviamo nello spazio sociale.

La multidimensionalità della nostra persona diventa quindi il fulcro attraverso cui entrare in contatto non solo con persone, ma anche con prodotti e società, artisti ed eventi, tutto quanto ci possa interessare. Il che è quanto già avviene in Facebook e servizi similari solo che Facebook per primo crea una vero e proprio modello di Advertising alternativo non solo ai modelli più tradizionali ma anche a quello più moderno e vincente, i Google Ads appunto.
Non è niente di completamente nuovo, è solo la formalizzazione e attuazione, in grande stile, di un modello che già si vede tra le maglie della Rete. In più, gettato in mezzo alla Community più in voga del momento, che ha avuto il 133% di crescita negli ultimi 12 mesi e che si appresta a diventare un mostro dalle dimensioni tali da essere per Google, da oramai qualche mese, il pericolo numero uno.

Quanto è grossa questa cosa dei SocialAds? Molto, ma sono ancora un po’ in dubbio. Ho riportato la notizia ma mi riservo un’opinione più decisa sull’avvenimento quando potrò toccare con mano come funziona questa cosa, sia come consumatore sia come produttore di servizi.

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MySpace fa schifo

Ho sempre avuto repulsione nei confronti di MySpace. Le pagine fanno schifo, sono un’accozzaglia di pezzi incollati senza un minimo di gusto. Fa schifo visivamente, fa schifo come navigabilità, fa schifo perchè sotto le informazioni utili che riguardano una persona ci stanno le foto di tutti i suoi amici tutte buttate lì in fila e poi quando finalmente hai finito di fare scrolling arrivi a un’altra sbrodolata, mille commenti tutti lì in fondo, ed ecco così fatta la pagina più insulsamente lunga del web.
Non parliamo poi di quanto è orribile la parte in cui si gestisce il proprio spazio… agghiacciante quanto siano riusciti a complicare la cosa. Infine la questione più intollerabile di tutte è la totale chiusura con il mondo esterno, in entrambe le direzioni. Impossibile mettere sulla propria pagina qualcosa fatto fuori da MySpace, a parte i video di YouTube per mera necessità loro. Impossibile esportare le informazioni e pubblicarle su un’altro sito. La strada è quella dell’apertura, loro sono all’esatto opposto.

A me sembra tanto la Geocities dei giorni nostri. Una volta, parlo di un decennio fa, Geocities forniva uno dei servizi più usati per fari pagine personali. Era uguale a MySpace, solo senza i player flash per audio e video, per ovvie limitazioni della Rete di allora. Per il resto, lo stesso orribile gusto, la stessa accozzaglia di pezzi scorrelati e mal accoppiati. Grazie a dio poi qualcuno (Yahoo) lo ha comprato, reso a pagamento e fatto sparire dalla scena per sempre. Grazie Yahoo. Quando è che qualcuno compra MySpace per chiuderlo? Sarà dura visto che già è di Murdoch.

Mi unisco quindi al coro e urlo anche io “MySpace fa schifo”. Il problema è che purtroppo MySpace ha avuto quell’effetto per cui visto che lo usano tutti, tutti continuano a usarlo ed è importante come vetrina. Ha attratto molte persone che non avevano la necessaria competenza per potersi rendere conto che quella roba è una schifezza e reagire di conseguenza, quindi lottano contro i suoi difetti per cavarne fuori qualcosa magari pensando che sono loro a non capire o che è effettivamente una cosa complessa, quando invece è solo che è MySpace ad essere fatto male da capo a fondo.

Spenderei un ultimo pensiero per chi cura l’edizione italiana, ammesso che non abbiano fatto fare il lavoro ad un traduttore automatico, perchè il livello è quello. Anzi, direi che è più basso. Infatti nessun traduttore automatico si permetterebbe mai di rendere “Upcoming Shows” con “Prossime pagine”. Coerentemente poi “Add a new show” diventa “Aggiungi una nuova pagina”. Non credo serva aggiungere altro.

Gente… Usare uno strumento realizzato da persone palesemente volgari e incompetenti significa dare valore alla volgarità e all’incompetenza. Abbiamo sulla Rete la possibilità di scegliere e di dare forza, voce e lavoro a chi se lo merita semplicemente scegliendo cosa usare e applicare questa scelta costa molto poco.

Update: si rumoreggia che stasera MySpace annunerà di entrare nel giro Open Social. Sarebbe bello pensare che lo facciano per amor di apertura al mondo, la triste realtà è che il motivo è che Facebook sta andando con tre o quattro marce in più, si deve correre ai ripari.

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Open Social: piattaforma standard e aperta per Social Network Service

Eccoci qua, di nuovo, a una svolta importante. E’ stato ufficialmente annunciato oggi “Open Social”, uno standard aperto per servizi di Social Networking. Perchè è importante questo annuncio? Ripercorriamo la storia recente.

Nel 2007 si è imposto chi ha messo a disposizione dei suoi utenti una piattaforma aperta su cui sviluppare applicazioni per il proprio network. Così Facebook è cresciuto come popolarità in maniera smisurata rispetto al già affermato MySpace che al contrario non dispone di tale piattaforma di sviluppo, cosa che si sta affrettando a realizzare.
Una piattaforma aperta di sviluppo permette il proliferarsi di applicazioni e di entusiasmo attorno a un Network. Per quanto aperta e per quanto usasse sostanzialmente linguaggi aperti e comuni, quella di Facebook resta pur sempre una piattaforma proprietaria. Se si sviluppa un’applicazione per Facebook questa girerà solo su Facebook.

Durante il 2007 si sono anche affermate dei servizi che permettono di crearsi la propria Social Network, come Ning, lanciato in febbraio. Come Ning esistono altri social network aggregator, la cui idea è quella di offrire un Social Network mirato a uno specifico argomento. Tutto sommato l’idea è molto simile ai buoni vecchi forum di discussione tematici, solo si sfruttano i più attuali strumenti di collaborazione che non solo lo scambio di messaggi e diventano quindi ancora di più i salotti e i laboratori dei nostri giorni, permettono di operare su scala globale senza essere chiusi alla possibilità di offrire servizi più mirati a una realtà locale.

Il passo successivo è inevitabilmente quello di rendere possibile la comunicazione tra queste stanze che altrimenti rischiano di restare isolate oppure di far tutte parte di grande, aperto ma pur sempre unico palazzo.
Ed ecco quindi che nasce la cordata per creare questo standard di comunicazione tra reti sociali, un modo comune per queste reti di parlarsi e garantire così individualità e diversificazione senza impedire la comunicazione quindi e la crescita collettiva.

Nasce così Open Social, capeggiato da Google e che raccoglie Ning, Linkedin e molti altri e sicuramente c’è chi è già pronto a saltare sul carro entro breve, chi mosso dall’intento di creare un modo realmente più aperto per scambiare informazioni, chi dalla necessità di non perdere la sfida contro i giganti del Social Networking. In un modo o nell’altro, doveva succere ed è successo ed è sicuramente una buona cosa e una grande opportunità per tutti, dagli utenti agli sviluppatori alle società di ogni tipo.

La strada è aperta, non resta che incamminarsi.

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La risposta è NO!

In questi giorni si sta avverando un qualcosa che attendevo da tempo. Un fenomeno inevitabile, anticipato, probabilmente capito da pochi a suo tempo ma che ora arriverà in faccia a tutti, secco e violento. Se ne accorgeranno tutti, tutti quelli che non sapevano nemmeno cosa stesse accadendo e soprattutto tutti quelli che hanno negli ultimi anni lottato perchè questo fenomeno non prendesse mai forma.

Invece è andata proprio così. I Radiohead mollano la casa discografica e si pubblicano il disco da soli, distribuendolo gratuitamente sulla rete. A offerta libera, per la precisione. E c’è di più: non solo lo fanno, ma vendono un milione e duecentomila copie in una settimana con una media di donazioni di $8 a disco. Mica male vero? Il giusto prezzo, stabilito da chi compra, non da chi vende. [continua…]

Leggi il resto dell’articolo

Voci dal passato – Del volontario rallentamento dell’evoluzione e della repressione della libertà di circolazione dell’informazione

Il titolo forse è troppo altisonante ma per una volta mi concedo questo vezzo. Riesumo dal repertorio un paio di articoli. In “chi dimentica il passato…” mi limito a tradurre un ragazzo che ha notato una curiosa coincidenza riguardo l’ottusità nel rapportarsi con nuovi modi di diffondere cultura (musica, nelo specifico): così oggi come nel passato di fronte alle novità. Il ben più lungo e, devo constatare, carico di trasporto “Internet a due velocità? No grazie” parto da una potenziale “minaccia” tecnologica che si profilava all’orizzonte alla fine del 2006, una minaccia alla network neutrality, per allargare il discorso a tematiche usuali quali il non sfruttare le possibilità offerte dal p2p in cui racconto quale è il principale vantaggio e contemporaneamente più affascinante aspetto di questa “tecnologia”, che diventa in realtà un modo di comunicare e sta alla base di tante evoluzioni/rivoluzioni che si stanno vivendo di questi tempi con i Social Network.
Spero vi godiate la lettura.

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Cosa è sbagliato nei news aggregator attuali

Quando si usa un Feed Aggregator spesso ci viene proposto di sottoscrivere ad alcuni canali standard, come Sport o Scienze o Politica. Trovo questa pratica veramente barbara e volgare. Il bello del Web e della Rete è la possibilità di scegliere la propria informazione. Il bello dei Feed è che è possibile restare aggiornati su argomenti di *reale* interesse senza troppa fatica. I “Default Feed” proposti dagli aggregator non sono altro che dei canali tematici preconfezionati, contenenti fonti di informazione selezionate da altre, di dubbia utilità e sicuramente non mirate ai nostri reali interessi in quanto troppo generici. Inoltre, quei canali sono fuorvianti per la valutazione del reale interesse del pubblico nei confronti di un canale.

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